HURRICANE – ALLERTA URAGANO

HURRICANE – ALLERTA URAGANO
Diretto da Rob Cohen
con
Toby Kebbell, Maggie Grace, Ryan Kwanten
Al cinema dal 27 giugno

Note di produzione

Venticinque anni dopo la morte del padre, vittima di uno dei tornado cui aveva sempre dato la caccia, Will è un meteorologo del Governo impegnato a studiare Tammy: un uragano in arrivo sull’Alabama che si preannuncia essere il più violento nella storia degli Stati Uniti. Mentre gli abitanti cominciano ad evacuare la zona, Will, suo fratello Breeze e la determinata agente del Tesoro Casey si ritrovano soli in mezzo alla furia dell’uragano e, allo stesso tempo, alle prese con un gruppo di rapinatori che vuole approfittare dell’imminente catastrofe per compiere il colpo del secolo: una rapina da 600 milioni di dollari alla Zecca dello Stato.

La quiete prima della tempesta

Siamo in una tranquilla e accogliente fattoria dell’Alabama. All’improvviso arriva una violenta raffica di vento e pioggia, il tetto si stacca e comincia a roteare vorticosamente in aria. Due bambini terrorizzati si rannicchiano sotto il tavolo della cucina con un vortice nero che incombe su di loro… È in arrivo l’uragano del secolo.

Si tratta di un incubo fin troppo reale per molti americani, fra cui lo stesso regista Rob Cohen: “L’uragano è una bestia”, dice. “Ho vissuto diversi uragani da ragazzino, quando vivevo sulla East Coast, e mi sembravano davvero dei mostri infuriati”.

La battaglia uomo contro natura – sia fuori di noi che a livello interiore – è una battaglia in corso che si svolge in prima linea su scala globale: circa il 40% della popolazione mondiale vive vicino alla costa. Alle catastrofi naturali sempre in aumento, e alle realtà dei nuovi scenari di vita che si profilano sul percorso delle calamità naturali, si aggiunge il peggior difetto dell’umanità, l’avidità, e questo mix fatale esplode sullo schermo in uno scatenarsi di effetti speciali, momenti di terrore e performance attoriali.

Immaginate un motore gigante, più grande di qualsiasi cosa sia mai stata prodotta dall’uomo, alimentato semplicemente da aria calda: in sostanza è questo un uragano o, per essere più precisi, un ciclone tropicale, perché gli uragani sono tempeste che si formano sull’Atlantico o sul Pacifico orientale, una striscia di terra nota per essere fra gli ambienti più  pericolosi per il rischio di forti tempeste.

Mentre l’aria calda e umida si alza dall’oceano, un vortice di aria più fredda prende il suo posto e crea barriere di alta e bassa pressione in una spirale accelerata di vento e nuvole che evaporano.

L’uragano diventa sempre più veloce, mentre il suo gigantesco occhio si apre lentamente rivelando un nucleo di alta pressione, all’interno del quale tutto è tranquillo e regolare. Nell’occhio del ciclone tutto è misteriosamente silenzioso … finché il muro dell’occhio non comincia a colpire e tutto ‒ dalle auto alle case, dagli edifici agli alberi fino alle strade ‒ viene risucchiato nel suo irrefrenabile vortice.

È a causa di questa devastante forza della natura che il padre di Will e Breeze Rutledge ha perso la vita in Alabama nell’estate del 1992. Ma se in natura sembra tutto semplice, ricreare la tempesta del secolo nella macchina da presa si è rivelato ben più problematico. Fortunatamente, Rob Cohen è pieno di risorse e ha una formidabile reputazione, dovuta a film di alto livello come xXx e Dragon – La storia di Bruce Lee. È inoltre il creatore del fenomeno Fast and Furious (la saga più celebre della Universal). La sua svolta, tuttavia, è arrivata qualche decennio fa.

Mentre lavorava come lettore per Mike Medavoy, un agente di Hollywood, ha tirato fuori una sceneggiatura dalla pila degli scarti, garantendo a Medavoy che si trattava di “una grande sceneggiatura da cui sarebbe uscito un film straordinario, con un cast e un regista importanti”. Così Medavoy decise di fare un tentativo per venderla, a condizione che se non ci fossero stati acquirenti Cohen sarebbe stato licenziato. La sceneggiatura fu acquistata lo stesso pomeriggio dalla Universal.

Dal quel momento fiuto e intuito sono stati alla base del suo lavoro, bilanciati dalla sua esplosiva capacità di innovare gli effetti speciali meccanici: dai congegni idraulici per spegnere il fuoco dei vagoni di un treno in movimento, al posizionare i cameramen sui go-kart per filmare le acrobazie da una angolazione più bassa.

La messa in scena di un incubo a occhi aperti – fin troppo reale nei ricordi di migliaia di americani – come sfondo per la rapina del secolo, implicava un approccio completamente diverso allo stile grintoso e viscerale tipico del cinema di Cohen.

Il direttore della fotografia Shelly Johnson, che ha all’attivo film come Captain America e I mercenari 2, ha subito capito che per mostrare in modo efficace il potere distruttivo dell’uragano si dovevano evitare gli effetti di computer grafica e utilizzare invece effetti speciali pratici, con la distruzione di fattorie, camion sbaragliati per aria come macchinine Hot Wheels e attori messi alla prova oltre ogni limite: alcuni di loro, come lo stesso Rob Cohen, hanno assistito realmente a quel massacro.

“Sono stato in Florida quando era in arrivo l’uragano Matthew, quindi mi sono ritrovato a qualche chilometro dal muro del ciclone”, racconta. Rob aveva detto fin dall’inizio: ‘Voglio la telecamera lì dentro, proprio nel mezzo della tempesta, e voglio che il pubblico senta cosa vuol dire ritrovarsi di fronte a un vento che soffia a una potenza di 100 miglia all’ora’”, ricorda ridendo. “‘Ad esempio, per la prima scena in cui si rifugiano in una fattoria, ha detto: ‘Nella macchina voglio sentire la fretta e la velocità. Voglio sentire tutta l’intensità mentre sfrecciano nella fuga. Quindi voglio le telecamere a mano”. E poi: ‘Shelly, metti un operatore sul fianco di quell’automobile, stringi su quella macchina da presa”, e io ho risposto: ‘Sì signore!’”.

“Sapevo esattamente cosa volevo per questo film, fin dal primo momento in cui i produttori mi hanno raccontato l’idea”, spiega Rob. “La storia di una rapina che va a monte a causa di un uragano mi ha subito colpito perché implicava un modo nuovo di concepire un film d’azione; non c’era solo l’irruzione a Fort Knox, ma tutti gli elementi tipici di una rapina, i piani, le pistole, le casseforti, le combinazioni, l’intrusione, 600 milioni di dollari e tutta quella roba… ma se la storia è ambientata durante un violento uragano di categoria 5 cambia tutto”.

Nel 2010 la Federal Reserve, la Banca Centrale degli Stati Uniti, ha distrutto 2,6 miliardi di banconote da 1 dollaro, mandandole in un impianto di smaltimento rifiuti. Le banconote vecchie vengono sempre eliminate e in genere non se ne accorge nessuno – a meno che un uragano categoria 5 non capiti proprio nel posto in cui si trovano. Perché se accade questo, invece, più di qualcuno ci farà caso.

Tuttavia, mesi prima che gli spettatori riuscissero a vedere un colpo audace con cui cumuli di banconote venivano trasportate fuori dalla tesoreria di Gulfport, la situazione finanziaria del film trascinava il regista sulle montagne russe. “Essendo un film indipendente aveva finanziamenti indipendenti”, spiega. “Così ci sono stati momenti di crollo alternati a momenti di risalita, ma io e Moshe Diamant (il produttore) abbiamo tenuto duro perfino quando ci stavamo avvicinando alla data di inizio riprese e i soldi non arrivavano. In qualche modo, entrambi abbiamo fatto di tutto per reggere finché abbiamo potuto”, dice ridendo. “Mentre stavamo ricreando davanti alla telecamera la tempesta del secolo con un budget limitato, dietro le quinte ci sono stati momenti da infarto. È stato tutto molto complicato”. Alla fine però la società di produzione inglese di Chris Milburn, la Double Negative, vincitrice di un Oscar per gli effetti visivi, e la società di postproduzione inglese Lipsync Post, hanno unito le forze e raccolto la quota mancante insieme a Head Gear Films e Rob ha finalmente ottenuto il via libera per realizzare la sua tempesta ‒ anche in 3D, con il supporto di Prime Focus.

Una tempesta perfetta

In una giornata di sole, in Bulgaria, in un campo tranquillo appena fuori Sofia, una folta troupe è intenta a lavorare sugli ultimi ritocchi a una vecchia fattoria americana. È la casa in cui Will Rutledge e suo fratello Breeze si rifugeranno per ripararsi dalla tempesta e che verrà presto distrutta da venti che soffiano a 100 miglia all’ora, macerie volanti, pioggia e grandine.

Tre mesi dopo Artem Miniatures ricrea la stessa fattoria, ma in scala 1 a 3.

Il tetto è lievemente abbassato su un telaio di acciaio rinforzato, con centinaia di tegole di balsa dipinte a mano, ognuna con una tonalità di rosso leggermente diversa. Sotto il portico ci sono dei pneumatici in miniatura buttati qua e là, un lavoro lasciato incompleto. Artem, che da ciraca 30 anni realizza effetti per Hollywood nei suoi laboratori di Londra e Glasgow, vanta un ampio portfolio di effetti speciali pratici, oggetti di scena e scenografie per film come Robot Wars, Trainspotting 2 e Prometheus. La fattoria ha cominciato a prendere vita sui laptop con un wireframe generato al computer e poi sottoposto a test di fisica virtuale e cicli di revisioni strutturali prima di materializzarsi in una vera casa in miniatura.

Ma perché usare le miniature? Rispetto alla scena della distruzione della fattoria, Matt Beckwith, tecnico senior di Artem, ha spiegato: “Non era possibile realizzarlo dal vivo, perché una casa vera è troppo grande, ecco perché bisogna arrivarci tramite effetti di computer grafica o miniature. E in questo caso, probabilmente è stato meglio optare per una miniatura perché ci sono elementi che non si possono prevedere”.

Le conseguenze devono essere imprevedibili come durante una tempesta o si perde tutto l’effetto. Come gli amanti dei blockbuster sanno, gli effetti in CGI dopo un po’ diventano noiosi: quando centinaia di tecnici eseguono scrupolosamente la coreografia di un veicolo che si ribalta o di una casa che esplode, l’effetto sullo schermo può apparire piatto, falso o forzato. A volte le cose devono saltare in aria.

Ma se e quando gli effetti speciali pratici non funzionano, è complicato – e costoso – premere rewind e riprovare. La squadra di Artem doveva quindi essere certa che la fattoria crollasse nel modo giusto. Per avere un’idea dei movimenti che potessero sembrare realistici è stato necessario uno studio approfondito sui materiali da costruzione, sulla fisica degli uragani e sull’architettura del Midwest.

“La struttura doveva piegarsi e crollare dalle fondamenta”, spiega Beckwith, “cosa che implicava il crollo della parte anteriore e un lieve sollevamento di quella posteriore, ed era il motivo per cui il vento entrava al di sotto della struttura e faceva saltare la facciata, passando sotto le tegole e facendole volare tutte via”.

Affinché questo potesse verificarsi si è fatto ricorso, in perfetto stile Cohen, alla pirotecnica e a enormi attrezzature meccaniche. Il giorno delle riprese la troupe sapeva che aveva a disposizione una sola possibilità di farcela. “Fino all’ultimo minuto, ti guardi in giro e indebolisci tutte le cose che vuoi si distruggano completamente e sistemi lì vicino i dispositivi pirotecnici per ridurle in pezzi”, spiega Beckwith. “A quel punto non ti resta che allontanarti e incrociare le dita, comprese quelle dei piedi…”.

Mentre le macchine da presa erano in azione e le macchine del vento stavano ululando, i tecnici di Artem hanno azionato l’impianto meccanico sotto il modello in scala della fattoria, direzionando arieti ad aria compressa sui punti deboli della struttura per dare così inizio al crollo. Per l’incendio della cucina sono state sprigionate vampate di fuoco. Così la casa si è incrinata e le macerie hanno cominciato a sollevarsi in aria finché non è stata spazzata via dall’uragano Tammy.

È stata una grande soddisfazione: era filato tutto liscio e si incastrava alla perfezione con le scene girate nei primi giorni di riprese. I film di Rob Cohen sono così: possono passare mesi per completare la scena. È tutto pianificato fino all’ultimo dettaglio.

La traversata dell’Atlantico

Le riprese principali sono cominciate in Bulgaria e sono durate 11 settimane. Il paesaggio mozzafiato della zona si è prestato a fare da sfondo alla città di Gulfport, con tanto di inseguimenti in macchina, rottami volanti e sparatorie frenetiche.

Ma se è necessario un litorale e un po’ di fascino del profondo sud, com’è possibile trasformare la Bulgaria negli Stati Uniti? Ebbene, non si può. “Per lo schermo verde, e per fare il numero di riprese previste, servono dai 750.000 a 1 milione di dollari, e solo per girare nove pagine di un dialogo in macchina”, dice Cohen, lamentando i costi eccessivi degli effetti CGI che occorrerebbero per realizzare un disastro naturale che sembri realistico. “Circa un anno e mezzo fa avevo letto un articolo su ‘American Cinematographer’ sull’avvento dei nuovi schermi a LED che potevano essere utilizzati in vari modi”, spiega il regista. “Si potevano agganciare l’uno all’altro e creare uno schermo di qualsiasi dimensione”.

E questo si è rivelato il modo migliore per ricreare fuori dai finestrini distrutti un paesaggio devastato e in modo iper-realistico, nonostante le dolci colline europee.

“Abbiamo mandato un’unità a Fernandina, in Florida, per fotografare il Sud degli Stati Uniti e preparare una sorta di “matrice”. Siamo riusciti a fare lunghi percorsi in vari veicoli, con i paesaggi americani fuori dal finestrino, cosa che sarebbe stata impossibile in Bulgaria perché a ogni passo ti ritrovi un’architettura completamente diversa: ci sono tutti quei tetti rossi con le torri, i palazzi in stucco, era impossibile simulare. Si poteva trovare una location qua e là, ma per realizzare una corsa in macchina che attraversasse un paesaggio americano, era davvero necessario costruirla o farla in questo modo”.

Le scene in cui la fattoria viene distrutta o in cui il Dominator sfreccia nelle strade evacuate di Gulfport sono tutte un gioco di effetti speciali pratici, senza ricorrere agli effetti CGI.

L’embrione di questo viaggio è nato con una sceneggiatura a Hollywood, si è sviluppato in Alabama con i primi sopralluoghi e ricerche per poi oltrepassare l’oceano e trovare gli attori inglesi Toby Kebbell e Ralph Ineson, che interpreta l’introverso antagonista Perkins, caricare i modellini di Artem lungo la strada a Glasgow, attraversare il continente per arrivare in Bulgaria e infine tornare a Manchester per terminare le riprese.

Il cast

È piuttosto difficile riconoscere Toby Kebbell in alcuni dei ruoli che ha interpretato, come Koba, il primate spietato e calcolatore della saga Il pianeta delle scimmie, e Durotan, nobile capo del clan dei Lupi Bianchi nel celebre Warcraft – L’inizio.

Di recente ha però mostrato il suo volto nel ruolo di Messala in Ben Hur e di Jack Chapman in Kong: Skull Island. Grazie alla sua competenza in ruoli che implicavano sia alte prestazioni fisiche che l’esplorazione di un lato oscuro della natura, si è rivelato una scelta naturale per il ruolo di Will Rutledge.

Tuttavia, all’inizio, non tutti ne erano convinti – e meno di tutti lo stesso Kebbell. “A dire il vero ho letto per la prima volta la sceneggiatura quando me l’ha inviata un amico che inizialmente avrebbe dovuto interpretare Will”, racconta Kebbell. “Gli ho chiesto chi avrebbe fatto il film e lui aveva risposto ‘Rob Cohen’. Così gli ho detto che era da nove anni che provavo a lavorare con Rob”. Dopo le prime, emozionanti chiacchierate con Cohen, la situazione è cambiata in fretta. “Alla fine Rob è venuto da me e mi ha detto ‘Dovresti interpretare tu Will’. Io gli ho risposto qualcosa del tipo ‘Sei pazzo’ e visto che lo è davvero, e in un modo così carismatico e convincente, lui mi ha detto: ‘No, tu sei pazzo. Tu sei senza alcun dubbio Will e sei decisamente in grado di interpretare questo ruolo’. Abbiamo esaminato alcuni punti insieme e alla fine mi ha convinto. Mi ha convinto che potevo farcela e mi ha sostenuto fino alla fine. Mi piacciono molto i film come questo e sono onorato di farne parte”.

Ryan Kwanten, che interpreta il pragmatico Breeze, concorda con Kebbell a proposito del lavoro col regista. “Ovviamente la prima cosa che vedi è il titolo, ma poi quello che mi ha colpito molto è stato il nome Rob Cohen”, dice sorridendo Kwanten. “Il suo nome è sinonimo di grandi film, ed è straordinario far parte in qualche modo di questo retaggio”.

Quando Kwanten ha trovato la sceneggiatura, ha capito che si trattava di quel genere di film che desiderava fare da sempre. “È una di quelle sceneggiature che ti trascinano in un viaggio all’inferno fin dall’inizio. Ti ritrovi in Alabama, nel mondo di Gulfport, e su quella che di solito è una città addormentata incombe qualcosa di sinistro. Non riesci a uscirne. È una corsa inarrestabile e Rob è famoso per questo tipo di film: ti siedi e non ti muovi più, nel vero senso della parola. Mi ricordo che non riuscivo a smettere di leggere la sceneggiatura”.

In True Blood, Kwanten interpretava il ruolo del donnaiolo Jason Stackhouse: quali differenze c’erano col ruolo di Breeze? Stando a quanto afferma Kwanten, in questo film non sarebbe apparso nudo come il suo alterego vampiro, ma il personaggio di Breeze richiedeva un risvolto cupo e oscuro che lo legava a quel suo ruolo passato. “Sono stato attratto dal risvolto filosofico del personaggio di Breeze. Si è allontanato dall’unico membro della famiglia che gli resta, suo fratello, e vive una vita abbastanza solitaria. E, come ho detto prima, per lui ci sarà l’opportunità di riscattarsi”.

La redenzione è il filo che lega i fratelli Rutledge a Casey Corbyn, l’agente del Tesoro tormentata da un profondo rimorso. “Una volta ho avuto l’onore di ascoltare Brian Stevenson”, racconta Maggie Grace, che interpreta Casey e che, come Kwanten, ha interpretato il ruolo di una vampira, nella celebre saga di Twilight. “Ha detto una cosa che mi ha molto colpita: siamo tutti migliori della cosa peggiore che abbiamo fatto. E penso che Casey sia davvero molto di più della pessima scelta che ha fatto, da cui tuttavia credo in parte si senta segnata”.

Di recente Grace ha interpretato Kim, figlia dell’ex agente della CIA Liam Neeson nei sequel di Taken e altri ruoli in film drammatici per il cinema e la televisione. Hurricane – Allerta uragano non è un titolo che può passare inosservato e, come per Kwanten, è stata la storia ad attirarla verso il ruolo di Casey Corbyn. “Era come se fossero cinque film d’azione in uno. C’era lo schema centrale di un film d’azione da cui se ne diramavano altri quattro di fila, e poi c’era un altro incidente d’auto, e poi la scena al centro commerciale… Era straordinario. Non c’era un solo momento di noia, tutto aveva un senso”.

Il suo personaggio non usa mezzi termini, ma cosa pensa Grace del ruolo? “Mi è piaciuto molto lo spirito di collaborazione tra i protagonisti. E in quanto femminista ho pensato che non capita tutti i giorni di interpretare un personaggio attivo e non passivo” aggiunge ridendo. “La maggior parte dei personaggi femminili, specialmente nei film d’azione, recitano una parte del tipo ‘Ti prego, non andare a fare quella cosa pericolosa…’, mentre Casey è una donna dinamica, capace e molto concreta. Il colpo di grazia poi arriva quando pensi che sia una damigella in pericolo e che verrà salvata per magia da un cavaliere dall’armatura splendente – e invece lei si salva da sola”. Questo significa che Kwanten e Kebbell non sono di nessun aiuto? Grace non è d’accordo. “Tutti fanno qualcosa per tornare insieme. Ma dico che, di fatto, lei si salva da sola e in quel momento ho pensato che questa cosa non succede mai!’”.

Nel frattempo, James Cutler stava trovando l’ispirazione per il ruolo di Clement Rice, lo scagnozzo della banda che pianifica una rapina di milioni di dollari alla tesoreria. Non è la prima volta che Cutler interpreta ruoli che implicano abilità fisiche, come il cattivissimo Goggles in Kick-Ass 2 e i ruoli in cortometraggi come the Boxer e Nasty. Alla domanda su come abbia lavorato sul personaggio, Cutler risponde: “In realtà ho tratto ispirazione dalla storia vera di un marine, Andrew Walker. Nel suo plotone era considerato una sorta di mascotte portafortuna e così lo mandavano in missione con una frequenza superiore rispetto alla norma. Alla fine, quando è tornato, soffriva di disturbo da stress post-traumatico ed è stato licenziato senza ricevere nessun aiuto da parte dell’associazione dei veterani”. Cutler ha scoperto che questa vicenda offriva degli spunti incredibili per la storia di Hurricane – Allerta uragano: “Così, per provare in qualche modo a lenire la sua rabbia si è messo a rapinare le banche. E questa era l’unica cosa che riusciva a calmare il suo tormento interiore”.

Per il regista Rob Cohen la scelta del cast è stata una delle fasi della produzione che si è risolta al meglio. “Abbiamo avuto una tabella di marcia molto veloce, considerato che nella maggior parte dei film si impiega molto più tempo per venirne a capo”, dice. “Ho scritto la prima bozza della sceneggiatura nel gennaio 2016. Abbiamo iniziato a girare il film nell’agosto 2016 e abbiamo finito nell’agosto 2017. Quindi in totale ci abbiamo impiegato un anno e si tratta veramente di tempi piuttosto rapidi”.

Ralph Ineson, che ha interpretato ruoli in The Office, Game of Thrones e negli ultimi tre film di Harry Potter, ha una certa esperienza in film di successo e nel 2015 è stato acclamato per il ruolo del predicatore William nell’horror The Witch. Quando si è affezionato al personaggio dell’“infiltrato” ‒ che in passato era stato un uomo onesto e che, dopo anni trascorsi a fare un lavoro senza prospettive, alla fine aiuta la banda di rapinatori a introdursi nell’edificio della Zecca  ‒ Rob Cohen ha deciso di sfruttare al meglio le capacità di Ineson e la sua voce profonda.

“Rob ha apportato alcune modifiche al mio ruolo e questo mi ha aiutato molto”, commenta Ineson raccontando di come sia stato approfondito il personaggio di Perkins. “Quando ci siamo trovati sul set, eravamo d’accordo su chi fosse e sul fatto che non fosse completamente pazzo. Anche se alla fine si trasforma in un folle, è un tipo ragionevole che ha un piano e non vuole far del male a nessuno”. Rivela così le vere motivazioni che muovono Perkins a derubare il grigio edificio governativo in cui ha lavorato per anni senza garantirsi un futuro: “Quello che vuole sono semplicemente i soldi. Vuole solo una pensione decente e non vuole fare del male a nessuno”.

Entra in scena il Dominator

Rob Cohen parla dell’uragano Tammy descrivendolo quasi come una forza sovrannaturale: una minaccia simbolica e insieme tangibile per le nostre case e i nostri cari. Ma quando i palazzi si sbriciolano come castelli di carta, e le pistole e le bombe diventano inutili, quali sono le possibilità contro una forza della natura mostruosa come questa?

Un veicolo per cacciatori di tempeste, 10 tonnellate con una potenza di 1000 cavalli, dotato dell’ultima tecnologia satellitare e, ovviamente, equipaggiamento di sopravvivenza di prim’ordine.

Il Dominator non ha niente a che vedere con una comune vettura: sembra più un carro armato segreto, fatto a pezzi e ricomposto sotto le spoglie di camion gigantesco dotato di attrezzatura meteorologica. Un formidabile veicolo da combattimento per cacciatori di tempeste, progettato e realizzato da Niles (Stewart McCorrie) per essere guidato nell’occhio del ciclone da Will e Casey.

Il Dominator del film è un veicolo dall’aria imponente.

Nella realtà è un capolavoro di magia di effetti speciali pratici, ma non per questo meno impressionante. Le varie componenti della struttura sono state create utilizzando l’ultimo software CAD e le parti stampate in 3D sono state poi assemblate da esperti di meccanica. In seguito il Dominator è stato dotato di tutti gli schermi, quadranti, radio e cavi necessari per monitorare un uragano di categoria 5.

Toby Kebbell racconta quello che ha dovuto imparare per riuscire a guidare il Dominator: quasi un dottorato in meteorologia sinottica. “Le tempeste seguono un comportamento specifico e quindi, tecnicamente, il compito di Will è quello di guardare tutte le informazioni e, tanto per cominciare, fare delle previsioni”, spiega Kebbell. “Inoltre è un data logger.” Ma per guidare il Dominator non basta la testa, ci vuole anche la forza. “Rob mi aveva inviato una serie di immagini del Dominator, ma erano dei disegni. Quindi quando sono arrivato e l’ho visto e poi l’ho guidato è stato incredibile! Tutto era stato fatto con lo stesso livello di precisione. E questo ovviamente influisce sul tuo modo di recitare, perché è una cosa reale. Insomma, il Dominator era incredibile!”.

Il direttore della fotografia Shelly Johnson racconta di cosa è stato necessario da un punto di vista tecnico per filmare il Dominator: “Rob Cohen mi ha detto: ‘Shelly, gireremo molte scene nel veicolo per cacciatori di tempeste. È una sorta di laboratorio mobile ed è un veicolo molto grande e poi ci sono 30 pagine – o qualcosa del genere – di dialogo all’interno del veicolo. Tutte durante la tempesta e con l’uragano in corso’. Shelly ha capito  subito che non poteva ricorrere al suo metodo consueto, ovvero montare le telecamere sul fianco del veicolo, alla Fast and Furious. La corazzatura del Dominator era decisamente troppo spessa e all’interno c’era una quantità di strumenti meteorologici che era impossibile farci entrare persino una macchina da presa. Era un veicolo inaccessibile. E questo era un problema.

In questa scena complicata, che prevedeva pagine di dialoghi fra attori che stanno guidando e contemporaneamente fanno calcoli e controllano le previsioni meteorologiche, fuori doveva infuriare un uragano di categoria 5 e senza che agli attori venissero richieste performance assurde per scansare cassette della posta che volavano in aria e vetri rotti.

“Era una sfida bella grossa”, commenta Shelly.

La soluzione? PRG, ovvero gli schermi con attacco a scatto, con cui è stato possibile trasformare la città di Sofia in una Gulfport devastata dall’uragano. Grazie agli schermi assemblati intorno al veicolo, su cui scorrevano le immagini dell’uragano di Fernandina, Shelly e la sua squadra sono riusciti a fare le riprese da qualsiasi angolazione volessero e senza muoversi. “Li abbiamo testati e potevano funzionare straordinariamente bene senza usare lo schermo verde”, spiega Rob. “Usare l’acqua è un problema, e il problema è inserire l’immagine attraverso la pioggia. Tutto diventa estremamente complicato e a volte non funziona, sembra finto. E mentre stai procedendo magari ti accorgi che stai facendo un film iperrealistico e invece all’improvviso in macchina diventa finto”. Gli schermi a LED, oltre a dare un effetto più realistico, offrono altri vantaggi. Shelly e la sua squadra sono riusciti a entrare nel Dominator con le videocamere portatili ottenendo un effetto ancora più realistico, senza lasciarsi sfuggire alcun dettaglio. “Per me era molto importante che la luce della tempesta penetrasse all’interno del Dominator”, spiega Shelly. “E visto che potevamo illuminare con le immagini reali dell’uragano, all’interno siamo riusciti a raggiungere un effetto molto naturale”, dice ridendo. “Questo è stato possibile esclusivamente grazie a Rob, che ha continuato a spingermi a fare qualcosa che non sapevo come fare e mi ha portato a capire come farla”.

L’approdo

Rappresentare un uragano imprevedibile come Tammy comportava paradossalmente settimane di pianificazione fino all’ultimo dettaglio. Se in nome del realismo gli oggetti di scena dovevano essere sommersi, accartocciati e distrutti, gli attori dovevano affrontare una serie di prove fisiche.

“È facile dire: ‘Esci dall’auto e rischi di essere spazzato via dal vento’, ma sul set bisogna creare le condizioni perché questo accada”, dice Cohen. “E quindi se esci dalla macchina senza protezione il vento ti porta via. Se hai rovesciato tonnellate d’acqua su un gruppo di stuntmen e attori non c’è bisogno di recitare. È sufficiente per mandarli letteralmente gambe all’aria e spazzarli via come se fosse uno tsunami vero. E quando guardi la scena lo vedi che non è finta”.

Mentre l’uragano si precipita su Gulfport e tutti gli abitanti hanno evacuato la città, rimangono solo Casey Corbyn e i fratelli Rutledge a tenere testa alla banda di aspiranti rapinatori di Clement Rice. Nella movimentata sequenza in cui Casey corre alla stazione di polizia e rimane sconvolta alla scoperta che lo sceriffo Dixon (interpretato da Ben Cross di Star Trek e di Banshee – La città del male) era coinvolto nella rapina fin dall’inizio, gli attori sono stati sottoposti a condizioni che nessuno di loro aveva mai affrontato prima, in scena e fuori scena.

Per realizzare la tempesta in modo realistico i protagonisti Toby Kebbell e Maggie Grace, che interpretano rispettivamente il meteorologo Will Rutledge e l’agente del Tesoro Casey Corbyn, hanno dovuto sopportare continue sferzate di pioggia schiacciante, raffiche di vento da 100 miglia all’ora e il tran tran di giornate da 16 ore sul set. Cosa significa recitare sotto una simile pressione atmosferica e artistica?

James Cutler, che interpreta il criminale Clement Rice, risponde: “Tutti i sensi sono attivi e questo ti fa davvero immergere nella realtà di quello che sta accadendo in quel preciso istante”. Prende un minuto per riflettere. “La cosa bella è che non c’è assolutamente bisogno di recitare perché hai davvero la faccia sferzata dal vento”. Cosa ne pensa dell’approccio realistico di Cohen? “Sono sicuro che esistono dei modi per ovviare, ma penso che sia da ammirare il fatto che volesse farlo dal vivo. Perché, come ho detto, questo amplifica le tue sensazioni”.

Maggie Grace concorda su questo. “È da questo che scaturisce l’interpretazione. Voglio dire che in buona parte del film, qui a Manchester, c’è stato un lavoro maggiore in scena. Ma nei tre mesi in Bulgaria il nostro lavoro è stato in gran parte quello di essere presenti e tentare di superare gli ostacoli che ci trovavamo di fronte, cosa che per un attore è una sfida nuova e interessante”. Ricorda il primo giorno di riprese. “Era la scena fuori dalla stazione di polizia. Avevano azionato i ventilatori a 100 miglia all’ora e c’era la pioggia, e il vetro si è rotto per il vento forte. La prima volta che hanno acceso i ventilatori i vasi di piante si sono schiantati a terra e io sono rimasta sconvolta. Non me lo aspettavo! Mi aspettavo che ci fosse vento ma era come se…”. E qui le vengono meno le parole. “Io e Toby ci siamo guardati mentre cercavamo di finire, eravamo lì da 16 ore, e dicevamo: ‘Oh Dio, che sta succedendo? È solo agosto, come sarà novembre in Bulgaria?’”. Elli, la stuntwoman che ha fatto un paio di scene più complicate al posto di Grace, per il suo lavoro era abituata ad affrontare condizioni climatiche avverse, come l’ha vissuta invece Casey Corbyn? “Avevo talmente tanti lividi che sembravo un dalmata”, racconta Grace. “Ero completamente ricoperta di lividi!”.

Toby Kebbell aveva problemi più pratici: “Quando dovevo urlare sopra il vento dell’uragano, e ogni volta che dovevo aprire bocca mi si riempiva di pioggia… Avevo solo voglia di imprecare, è questo quello che succede mentre provi a resistere. Quella pioggia micidiale. Non c’era preparazione che tenesse, e io pensavo di essere preparato a dire il vero. Ma mi sbagliavo.”

Per poter ottenere un effetto realistico che mantenesse gli spettatori col fiato sospeso, Cohen e la sua troupe sono stati minuziosi fino all’ultimo dettaglio. Gli abitanti di Gulfport dovevano evacuare in fretta e questo significava che ci doveva essere un mucchio di macerie.

A Hollywood si sa bene come improvvisare, soprattutto se si tratta di riciclare cose che non servono più a nessuno. Sul set di Vulcano – Los Angeles 1997 era stata fatta piovere della pasta di carta riciclata sulla città di Los Angeles e sullo schermo sembrava davvero cenere incandescente. Per Hurricane – Allerta uragano, serviva della spazzatura, e ne serviva tanta.

Per reperire e accumulare quanti più possibili rifiuti naturali, sono state contattate le autorità municipali. Così delle balle enormi di rifiuti erano finalmente pronte per galleggiare in acqua e scorrere come fiumi per strada, creando un’inquietante atmosfera di abbandono fra le case distrutte.

Naturalmente, una volta finito, la troupe, molto attenta all’ambiente, ha rimesso tutto in ordine. Per gli attori e per la troupe far fronte a condizioni del genere non è stata impresa da poco.

“Rob mi aveva detto:‘Sarà molto faticoso a livello fisico’ e io ho risposto ‘No, tranquillo, ne sono consapevole. Sono in forma”, racconta Toby Kebbell. “Credo che nemmeno Rob fosse consapevole, perché mi ha risposto: ‘Ok, fantastico!’”. Ma, ovviamente, i problemi legati a un uragano, dal punto di vista dell’interpretazione e della regia, non potevano essere più diversi. “Rob era ben coperto perché doveva dirigere. Non doveva stare lì a inzupparsi d’acqua e unirsi a noi in quella situazione assurda. Eppure ci è entrato in quella tempesta, ci ha sguazzato e l’ha sentita tutta, perché le gocce di pioggia erano come proiettili. È stata davvero dura. È stato un lavoro molto faticoso. E poco contava che loro indossassero una giacca North Face e tu invece una camicia di flanella rossa o roba del genere. Il disagio era lo stesso per tutti. Eravamo tutti sulla stessa barca e queste cose ti legano come una famiglia, perché affronti delle difficoltà insieme. Poteva succedere qualsiasi cosa, ad esempio che il vento diventasse troppo forte e sferzante da sbatacchiare tutto, o che la luce del sole fosse troppo forte – e ci riguardava tutti”. C’è qualche consiglio per gestire le riprese in condizioni così estreme? La sua risposta è accompagnata da un’espressione imperturbabile degna di un inglese: “La cosa migliore è provare a divertirsi, per quanto possibile, nelle avversità. Scherzateci su, e tutto andrà bene”.

L’occhio del ciclone

Rob Cohen, libero dalle convinzioni di Hollywood e forte di una straordinaria reputazione, in questo film vuole comunicare un messaggio cruciale agli spettatori di tutto il mondo, e nemmeno troppo fra le righe.

Toby Kebbell lo riassume mettendolo in rapporto all’interesse del suo personaggio per la meteorologia sinottica: “È davvero necessario approfondire la questione, ed è chiaro che stiamo parlando del riscaldamento globale. Questo è oggetto di discussione per molti. Ho parlato con qualcuno della NASA e loro dicono: ‘Ce ne stiamo già occupando, la situazione è questa’. Non è possibile tornare indietro, è una situazione ricorrente”. Ma rimane coi piedi per terra e ottimista: “Credo che un attore non possa mettersi a pontificare su tutto, però è bello vivere come un essere umano”. Pensa che il film rischi di essere appesantito dal messaggio impegnativo? “Niente affatto. Vogliamo solo far conoscere i fatti e i motivi per cui siamo in questa situazione. Tutto qui. In questo modo è tutto chiaro e semplice e arriva in modo piuttosto soft”.

Nel film una delle battute migliori di Kebbell è questa: “La temperatura dei mari sale a causa del riscaldamento globale ma, con il dovuto rispetto per Donald Trump, è un cambiamento climatico causato dall’uomo”.

Sulla questione Rob Cohen si esprime in modo chiaro e conciso e a proposito di Trump commenta: “È meglio che si dia una mossa, o sarà spazzato via”, e aggiunge sottovoce: “Il che, per quello che mi riguarda, sarebbe un bene”.

Poi prosegue: “Penso che quelli che negano il cambiamento climatico siano dei trogloditi. E continuano a vivere nelle caverne. Non c’è dubbio che la sovrappopolazione, il consumo eccessivo di combustibili fossili, gli allevamenti intensivi e tutto quello che altera l’atmosfera hanno dato origine a un problema che è in crescita e sta diventando molto serio”. E si riferisce a una notizia particolarmente allarmante: “Dall’Antartide si è staccato un blocco di ghiaccio grande quanto un paese. E se le calotte polari si sciolgono e il livello del mare si innalza, ci sono dei paesi che scompariranno, come le Maldive. Tanto per cominciare stanno a pochi metri dal livello del mare. L’andamento delle maree cambierà. Il flusso di correnti porterà nuove tempeste, uragani o tifoni. Avremo molti più problemi da affrontare e meno aria per respirare e questo avrà un impatto sugli animali, gli insetti, sul futuro dell’umanità. Viviamo su un pianeta molto delicato e credo che negarlo sarebbe come negare l’Olocausto. È lo stesso livello di negazionismo. E questo ovviamente, dipende dai vari interessi, per lo più gonfiare i conti in banca che continuano a prosperare grazie alla liberalizzazione e alla mancanza di interesse per l’ambiente”. Fa una pausa. “E ancora una volta penso a gente come Trump. È il motivo per cui ho scritto per Toby il monologo sul riscaldamento globale e su come gli uragani aumenteranno di intensità e sul profondo impatto che tutto questo avrà sul futuro. Penso che non si possa fare un film del genere senza affrontare l’argomento, perché il motivo per cui c’è un uragano di categoria 5 è perché il Golfo del Messico continua a riscaldarsi. E più si riscalda, più potente sarà l’uragano originato dai movimenti ciclonici dalla superficie dell’acqua. E chiude la sua riflessione con un commento: “Penso che sia irresponsabile e da ignoranti negare quello che sta realmente accadendo e quello che viene affermato da solidi presupposti scientifici”.

L’evacuazione

L’inquieto momento di stallo in un vivaio, con Rice, Perkins e i loro ultimi alleati rimasti, termina con un’onda anomala di 6 metri che distrugge il negozio e spazza via Casey nelle mani del nemico.

Rob racconta: “La scena dell’inondazione è stata una sfida molto interessante dal punto di vista tecnico perché volevo vederla in camera proprio come tutto il resto, e quindi ho coinvolto il mio team preferito di effetti speciali, diretto da Elia Popov. Con Elia abbiamo lavorato su come realizzare la tempesta, cercando di capire che tipo di attrezzatura ci servisse, quanti milioni di litri di acqua fossero necessari e come far apparire tutto molto pericoloso ma al tempo stesso fattibile per gli attori. Abbiamo deciso di usare due container da quasi 90 mila litri d’acqua ciascuno e lunghi oltre 12 metri, e li abbiamo sistemati su un congegno che li avrebbe ribaltati. Poi li abbiamo aperti con delle tenaglie e in pochi secondi abbiamo inondato il set con una gigantesca massa d’acqua”.

L’effetto sul set è stato incredibile. “C’è qualcosa di biblico in questa scena”, dice Rob, “il modo in cui i personaggi lottano per resistere. Volevo che la costa fosse colpita da un uragano o da una specie di tsunami che sollevasse le navi portacontainer e rompesse l’argine marino e che il mare si riversasse nelle pianure di Gulfport e sommergesse tutto quello che incontrava, compreso il luogo in cui i nostri eroi si stavano scontrando con i cattivi. Così, in qualche modo, la natura interviene sulle misere azioni degli uomini e spazza via tutti”. E di soppiatto si lascia scappare una parte cruciale di queste scene finali: “E… non si salva nessuno”.

Se orchestrare la logistica per scatenare un tremendo nubifragio su attori molto volenterosi non fosse stato sufficiente, Cohen e il team degli effetti speciali hanno curato con molta attenzione anche i dettagli per realizzare l’arena in cui questo disastro avviene: il vivaio di Gulfport.

Cohen sapeva che era importante creare uno sfondo tranquillo per gli eventi, ed è arrivato persino a dare un minimo di backstory al vivaio: “Supponiamo che ci sia una donna che vuole aprire un vivaio. È un’appassionata di giardinaggio un po’ stravagante, come spesso se ne trovano in questo mondo, e costruisce da sola una sorta di container store. E secondo voi, dal punto di vista di un giardiniere, qual è la differenza tra un soffitto di 6 metri e uno di 3 metri, realizzato con materiale semitrasparente affinché le piante prendano luce?”. L’altezza del soffitto era fondamentale. Doveva giocare un ruolo importante sulla paura più grande degli spettatori: annegare in uno spazio chiuso.

“Volevamo creare un effetto claustrofobico”, spiega Cohen. “Volevamo ricordare continuamente al pubblico che in questo posto c’è un soffitto, in modo che l’arrivo dell’onda diventi un incubo”.

L’architettura del vivaio magari non è il primo elemento da considerare rispetto al successo della scena, ma rivela un ruolo cruciale nel renderla così spaventosa: con un soffitto di 6 metri, Will e Casey sarebbero semplicemente usciti fuori dalla porta galleggiando. Se il soffitto viene ridotto a 3 metri, invece, si esercita una pressione enorme su uno spazio più piccolo, come se fosse un pistone ad acqua che schiaccia tutto quello che incontra sul suo percorso.

Nonostante ci fossero effetti spettacolari e una logistica complicata, il direttore della fotografia Shelly sapeva di avere una sola missione: raccontare una buona storia.

“Penso che quello che hanno in comune tutti i film sia la voglia di raccontare una grande storia. Anche i film d’intrattenimento sono mossi da questo presupposto. Il tipo di spettacolo potrebbe essere diverso, così come la tecnica, ma alla fine si tratta di inquadrare un’immagine e illuminarla, e questo vale per tutti”. Essendo un regista più interessato a intrattenere il pubblico che a compiacere la critica, Cohen condivide l’approccio di Shelly. “C’è sempre l’obiettivo di una buona narrazione, a prescindere dagli elementi di fantasia”, continua Shelly. “E penso che per un direttore della fotografia sia importante non farsi distrarre dall’aspetto tecnico e dal fascino di tutte le attrezzature sofisticate, ma capire come raccontare una storia nel modo più semplice possibile per guidare il pubblico in quello che stanno vivendo i personaggi”.

Per gli attori, dal punto di vista della prestazione fisica, questa è stata la scena più difficile non solo del film, ma di tutta la loro carriera. Ralph Ineson ricorda: “Lo leggi su carta e pensi ‘È fantastico, sarà davvero emozionante’. C’è un sacco di roba che deve volare per aria e ti aspetti che gran parte di quelle cose saranno realizzate con gli effetti visivi e la post-produzione. E non hai invece idea di tutto quello che Rob e Shelly hanno deciso di far accadere davanti alla macchina da presa”. Ride. “Sì, a volte lavorare in queste condizioni è stato davvero difficile. Se non ti concentravi rischiavi di volartene via!”. E prosegue descrivendo le condizioni sfiancanti escogitate dal team degli effetti. “In quel vento generato dalle macchine c’era dell’acqua ghiacciata che entrava da un tubo gigantesco e l’acqua usciva in posizione orizzontale rispetto al terreno. C’erano detriti, foglie, ramoscelli e varie cose che ci volano dentro, e dovevi proteggerti gli occhi di continuo. Descrive poi le riprese di un punto cruciale del film: “Ho fatto una scena in cui dovevo guidare un camion in una strada allagata, poi uscire e camminare verso la telecamera per recitare una battuta con un primo piano. Mi ero avvicinato al ventilatore molto più di quanto avessi immaginato… così mentre camminavo da quella parte mi arrivava il vento, la pioggia mi batteva su un lato della testa e tutto intorno, al punto che la mattina dopo, quando mi sono svegliato mi sono ritrovato delle contusioni sul viso e in testa”. Ma nonostante tutto sembra ancora in ottima forma. “A volte è stata una sofferenza, ma è stato anche elettrizzante!”.

Dopo il disastro

Ralph Ineson guarda positivo al destino del suo personaggio: “Penso che sia una fine splendida. Essere schiacciato dalla mia stessa avidità è un ottimo modo per morire e non vedo l’ora di vederlo sullo schermo”.

Per Maggie Grace, il legame con il suo personaggio continua anche fuori dallo schermo: “Penso che più vado avanti con l’età e più divento Casey”, dice sorridendo. “Mi sento sempre più a mio agio con me stessa e nel prendermi il mio spazio. Sono molto affezionata a questo personaggio”. Paragona il rapporto tra Casey e i fratelli Rutledge al suo rapporto professionale con Rob e il cast e la troupe di Hurricane – Allerta uragano. “La sensazione è quella di sentirsi a proprio agio, sì è questa la parola che userei, sia rispetto al personaggio che a Rob e al cast. E sentirlo su entrambi i fronti è davvero una cosa bella e rara”. Oltre allo straordinario rapporto con i compagni di lavoro, c’è qualcos’altro che l’ha aiutata a superare il tempaccio, le lunghe ore di lavoro e tutti gli ostacoli professionali? “Facevamo finta di girare un trailer e una specie di super-sequel di zombie e cose del genere”, dice. “E ovviamente lo slogan era: ‘Pioverà’”.

Le banconote vecchie vanno sempre fuori circolazione, ma finché non vengono distrutte materialmente, anche le banconote strappate sono valide. Considerato l’approccio realistico di Cohen, i soldi che piovono sulla gente comune in Alabama sono scadute o finte?

È venuto fuori che erano un po’ più vere di quelle a cui molti degli attori erano abituati, ma non abbastanza da metterle in tasca a fine giornata.

“Rob è riuscito a far sembrare vere tutte quelle pile di banconote da un dollaro”, racconta Toby Kebbell. “Erano pezzi di carta singoli e non blocchetti di gommapiuma”. A quanto pare questa attenzione ai dettagli ha contribuito molto alla qualità del film. Kebbell spiega: “Tutto questo influisce sull’interpretazione, perché è tutto vero”.

 

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